Un comparto strategico da 58,4 miliardi di euro di fatturato, secondo in Europa solo a quello tedesco, si trova oggi di fronte a un passaggio evolutivo decisivo. È il messaggio emerso dagli Stati Generali della Plastica, ospitati il 10 giugno nella cornice di PLAST 2026, dove è stato presentato lo studio “L’industria della plastica in Italia: strategia e linee d’azione per supportare competitività e circolarità”, realizzato da The European House – Ambrosetti e TEHA Group. Il report ha lanciato un focus preciso: la filiera è solida, ma serve una politica industriale strutturata per superare i nodi energetici e normativi.
La fotografia macroeconomica del comparto
I dati raccolti nello studio confermano il ruolo di leadership del manifatturiero italiano della plastica. La filiera non rappresenta solo un asset industriale autonomo, ma un abilitatore trasversale per i principali macro-settori del Paese, come automotive, packaging, medicale, edilizia, agroalimentare e tech. Gli indicatori chiave evidenziano la rilevanza del comparto, capace di generare un fatturato complessivo di 58,4 miliardi di euro, un valore aggiunto di 15,3 miliardi e di garantire l’occupazione a 164 mila lavoratori diretti.
I fattori di rischio: dumping extra-UE e asimmetrie normative
Nonostante la tenuta dei fondamentali, il panel evidenzia forti elementi di pressione sulle aziende della filiera. A frenare la marginalità concorrono l’alto costo dei vettori energetici, l’instabilità delle supply chain globali e la forte pressione competitiva dei produttori extra-UE. Sul fronte interno, le imprese lamentano la mancanza di un quadro regolatorio certo, che rischia di trasformare gli obiettivi di sostenibilità in barriere burocratiche anziché in leve di crescita.
Target circolarità: l’alleanza tra riciclo meccanico e chimico
Per le aziende del settore, la transizione ecologica si traduce in innovazione di processo. Lo studio Ambrosetti-TEHA traccia la rotta industriale della complementarità tecnologica: l’integrazione sinergica tra riciclo meccanico, chimico e organico è identificata come l’unica via per azzerare la dipendenza dalle materie prime vergini di importazione.
Servirebbero investimenti per circa 2,6 miliardi di euro per dare vita a una filiera nazionale del riciclo chimico. Questo permetterebbe di arrivare a trattare il 13,6% dei rifiuti plastici complessi e permetterebbe all’industria italiana di coprire in autonomia fino al 45% del fabbisogno nazionale di polimeri.
Le strade da percorrere, e proposte al Governo, passano da una strategia nazionale della plastica, fino all’accelerazione degli iter autorizzativi per i nuovi impianti per arrivare a prevedere leve fiscali per incentivare l’uso di plastiche riciclate.
La posizione di Ecopolietilene
Per il consorzio del Sistema Ecolight per la gestione dei beni in polietilene quanto emerso dagli Stati generali deve rappresentare lo spunto per un cambio di rotta. Tenendo come punto di riferimento la circolarità, occorre infatti agire sulla fronte di una normativa più puntale e capace di sgravare i produttori da eccessi di burocrazia. La prossima sfida EPR, con l’estensione del regime di responsabilità estesa del produttore a tutti i beni plastici non imballaggio, può essere un banco di prova importante al fine di chiudere il cerchio attorno al mondo dei rifiuti in plastica, ma deve porre attenzione a semplificare la vita delle imprese.